RACCONTARE IL COVID AI BAMBINI
Devo dire che quando l’anno scorso fu annunciato il lockdown di marzo ho temuto che questo immediatamente si traducesse con una valanga di storie in mail. Invece no.
Marzo è trascorso silenzioso, anzi ho ricevuto meno proposte del solito. Le prime settimane di chiusura in effetti penso siano state le più complicate da organizzare, per chi ha dovuto trasferire il lavoro a casa e soprattutto per chi ha bambini. A partire da aprile però, si è verificato quello che avevo previsto. Approfittando dello stare in casa, in tanti si sono messi a scrivere. E cosa si sono messi a scrivere?
Storie sul Covid!
Dopo le prime, ho chiarito subito, attraverso un post, che non avrei preso storie sul tema. Chi, inavvertitamente, tra i miei amici e colleghi editori non lo affatto, so che ne riceve ancora, mediamente una al giorno. Io sono molto perplesso sul bisogno di raccontare il Covid nei libri per bambini. Provo ad argomentare il perché.
AI BAMBINI SI PUÒ RACCONTARE TUTTO
Ho sempre seguito la scuola del “ai bambini si può raccontare tutto” portata avanti da tanti autori, da Tomi Ungerer a Babette Cole, ma in generale, una cosa difficile da raccontare, anche per gli adulti, è un fatto di attualità.
I motivi sono almeno due.
Il primo è commerciale: un fatto attuale rischia, per quanto oggi riempia i giornali e l’informazione, di finire prima ancora che esca il libro. Tutti noi facciamo libri con l’ambizione che rimangano sugli scaffali delle librerie per almeno alcuni anni. Ha senso investire in un libro che tratta di qualcosa che – incrociando le dita – potrebbe svanire nei prossimi mesi?
Il secondo motivo è che, mentre sei nel guado, e ancora non sai come andranno a finire le cose, è difficile avere il giusto distacco giusto per raccontare quel fatto. Se da un lato, l’attualità di un evento come la crisi sanitaria legata al Covid19 potrebbe essere persino uno spunto per pubblicare in fretta un libro che tratti il tema, dall’altro rimane un punto di domanda: che cosa raccontare?
Personalmente ho sempre seguito anche un’altra scuola, che è quella di non prendere in giro i bambini.
Lo so, sono piuttosto radicale in queste cose, ma non amo i messaggi positivi, quando non poggiano su una base di realtà. I bambini cercano, come noi adulti (o almeno alcuni di noi), equazioni esatte. Fai una certa cosa e ne ottieni un’altra. Rispetto al Covid19 ho letto diversi testi dove alla fine tutto si risolve. Come? Per magia. O perché la scienza risolve tutto. O perché insieme ce la facciamo.
Il problema è che non ancora accaduto. Non c’è stata nessuna magia, la scienza sta facendo il possibile, insieme stiamo facendo grandi sforzi. Ma rispetto a un anno fa, in definitiva, il problema non si è risolto.
Quindi, se da un lato può essere necessario raccontare quello che ci accade, dall’altro non trovo sensatissimo proiettare in una storia la risoluzione di qualcosa che nella realtà non si risolve e che ancora non abbiamo nemmeno capito.
Così come non trovo molto sensato raccontare una cronaca di quello che vediamo quotidianamente in TV. È la stessa cosa che accade con le storie sui migranti. Per un periodo ne ho ricevuto almeno uno a settimana. Storie piene di dolore che però non aggiungono nulla a quello che vediamo ogni giorno al telegiornale.
A che pro, qualcuno dovrebbe pubblicare qualcosa del genere?
Forse non è compito dei libri, quantomeno degli illustrati, raccontare la cronaca, infatti per quello ci sono la stampa e l’informazione in generale.
Da qui, mi viene un’altra domanda: Ma è veramente necessario raccontare il Covid ai bambini?
DECONTESTUALIZZARE LA REALTÀ
Mi vengono in mente tanti autori di fantascienza che hanno raccontato i loro timori per il futuro oppure l’attualità, la politica, la società che cambiava, proiettando il racconto in un’altra epoca, qualche volta in altri mondi.
Si fa anche negli albi illustrati per bambini e l’ho fatto anch’io tante volte.
Ho raccontato l’esclusione con un libro fatto solo di figure geometriche (Qui veut jouer avec moi?, Sarbacane) e il senso di spaesamento che hai quando sei straniero attraverso un piccolo extraterrestre (Io, Qinuq, Kite).
Per raccontare gli italiani che lavoravano in miniera in Belgio ho scritto una storia di pirati (Mio padre, il grande pirata, Orecchio Acerbo), per raccontare il fenomeno dei bambini nell’armadio in Svizzera ne ho scritta una con un fantasma (La casa degli uccelli, Marameo). Per raccontare la società litigiosa in cui viviamo ho inventato una famiglia di cacche (Les Cacacrottes, Amaterra) mentre per raccontare la facilità con cui giudichiamo gli altri in base al pregiudizio ne ho scritta una con dei topini (C’est le chat, Gallimard). Ho raccontato il consumismo con una storia comica (Top-Car, Editions des éléphants) e con una parodia de La lampada di Aladino (Orecchio Acerbo) ho raccontato la smania del nostro tempo per la notorietà. Ho fatto qualcosa di simile anche per raccontare un pittore o un’opera d’arte. Per un libro su Hopper ho scritto un piccolo noir (La chanson Perdue de Lola Pearl, Elan vert, tradotto in Italia da Jaca Book), per raccontare la Gioconda di Leonardo da Vinci, ho immaginato una seduta di analisi da un terapeuta (Dicono di me, Hop Edizioni). Ho anche scritto un libro su Facebook e i social in genere, ma non ne ho nominato nessuno (4998 amis, Rue du monde).
Di recente, sono uscito con un libro basato su una storia vera, ma è una vicenda chiusa nel passato, che si svolse subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (Tre in tutto, Orecchio Acerbo). Insomma, per raccontare la realtà credo che si debba, per assurdo, sfuggire proprio alla realtà, decontestualizzarla, per non produrre un testo didascalico o pesantemente pedagogico, o semplicemente per non annoiare il lettore con qualcosa che ha già visto, sebbene su un media diverso. Intendiamoci, non ho inventato nulla.
Prima di me lo hanno fatto tanti grandissimi autori. Tomi Ungerer ha raccontato la diversità prima che fosse di moda farlo, lo ha fatto con un cagnolino nato da una coppia di gatti (Flix, Mondadori) e con un canguro con le ali (Adelaide, Lupoguido), ma anche con personaggi scomodi, come il barbone mutilato de Il cappello (Mondadori). E poi Wolf Erlbüch ha raccontato la morte attraverso un’anatra (L’anatra, la morte e il tulipano, E/O), Delphine Perret e Sébastien Mourrain lo hanno fatto attraverso il cagnolino di una nonnetta (Bigoudi, Kite). E poi c’è Shaun Tan che ha raccontato l’immigrazione attraverso una favola fantastica (L’approdo, Tunué) mentre con un uomo-cicala ha raccontato il sopruso subito da chi nella nostra società non è, o non è percepito, esattamente come gli altri (Cicala, Tunué). La lista, volendo, sarebbe lunghissima. Vorrei citare ancora Laura Carlin che ha raccontato la necessità del coinvolgimento personale per migliorare la società in The promise (Walker Books) e qualcosa di simile lo hanno fatto Thierry Lenain e Olivier Tallec con Il faudra (Sarbacane), ma anche Satoe Tone con La terra vista da qui (Kite). Sempre di Sarbacane ricordo un libro molto bello, uno dei loro primi usciti, intitolato H.B. (le iniziali di human being), che raccontava il terrorismo, molto tempo prima che la Francia fosse investita dall’ondata di attentati islamisti degli anni scorsi.
SE PROPRIO VOLETE RACCONTARE IL COVID
Tornando al Covid, se volete raccontarlo a tutti i costi, penso che un’alternativa potrebbe essere quella di alzare il target. Nel caso del Covid, come di molte altre cose, l’audience è potenzialmente molto ampia, dai bambini piccoli che ancora non vanno a scuola, ai liceali. Credo che scrivendo per i più grandi, si possa riprendere maggiormente la realtà, ma anche qui, una cronaca dei fatti che già conosciamo e che saturano i giornali e l’informazione da marzo dell’anno scorso, non sarà sufficiente. Occorre comunque una storia, in cui la situazione Covid sia di sfondo e possibilmente non una storia a lieto fine. Perché il lieto fine, nella realtà non c’è ancora stato. Lo ha fatto per esempio Pierdomenico Baccalario con il romanzo Hoop driver ma anche Manlio Castagna e Marco Ponti con il loro Alice resta a casa (entrambi usciti per Mondadori).
Anche se perlopiù gli editori sono abbastanza compatti nel rifiutare progetti a tema Covid, anche tra gli illustrati è uscito qualcosa. Tra i vari vi consiglio L’anno che non ho compiuto gli anni di Beatrice Masini, illustrato da Angelo Ruta, (Carthusia) e Un metro di Sara Gomel illustrato da Chiara Ficarelli (Orecchio Acerbo) che secondo me sono riusciti a raccontare quello che già sappiamo, con uno spunto originale. In Book on a tree abbiamo fatto invece Giochi di gruppo (anche) a un metro di distanza, di Pierdomenico Baccalario, Marco Cattaneo e Federico Taddia, con le illustrazioni di Marianna Balducci (Mondadori), un manuale buffo per stemperare l’obbligo alla distanza, rivisitando vecchi giochi e inventandone anche di nuovi. Alla fine, anche i libri penso debbano reagire a quello che ci succede come qualsiasi altra industria. Se il laboratorio che prima faceva federe per cuscini si è convertito a produrre mascherine, anche la narrativa penso debba non tanto concentrarsi sul problema in sé, quanto costruirci qualcosa intorno.


